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Incominciando con le due definizioni: le megalopoli sono grandi metropoli. Le baraccopoli ( o bidonville), (dal francese bidon, bidone, e ville, città), sono dei grandi assemblamenti di baracche o casupole costruite con materiali di scarto, proprio dalla periferia di una città ricca.
Le megalopoli hanno sostanzialmente, una qualità urbana più evoluta delle altre città, in generale e questa economia potente che vive nelle megalopoli deriva dalla grandissima concentrazione di attività e funzioni sempre più specializzate: trasporti, servizi, attività produttive e terziari dove sono, quindi tutte collegate fra di loro in un’ unica struttura urbana.
La più grande megalopoli del mondo è quella che va da Boston a Washington, negli Stati Uniti … ad esse si aggiungono megalopoli come Los Angeles e San Francisco nelle coste del Pacifico; Londra, Rotterdam, Francoforte, Parigi e Milano in Europa, si uniscono in una grande megalopoli di quel continente.
Più di recente una megalopoli fu riconosciuta nel conglomerato urbano popolato da diverse decine di milioni di abitanti che si espande su un vastissimo territorio, da Londra, in Inghilterra al nord-Italia, passando per il Benelux, il conglomerato svizzero Ginevra-Berna-Zurigo, ed il bacino tedesco della Ruhr. Questa entità geografica è stata chiamata “dorsale europea”, a causa della posizione centrale nel continente, o, da Roger Brunet all’inizio degli anni novanta, “Banana blu” per via della forma con cui appare nelle immagini satellitari. Molti studiosi allargano concettualmente i confini dell’area metropolitana interessata fino alle Midlands Occidentali inglesi, alla Francia settentrionale e Francoforte.
Come già detto, al ridosso del centro moderno però, ci si trovano immensi quartieri di baracche in miseria dove vivono migliaia di persone.
Essi non risultano registrati come cittadini finché non hanno un lavoro e che quindi, riescono a sistemarsi in alcuni “spazi liberi” che non hanno però, né vie di comunicazione, né servizi minimi soprattutto adatti per la vita ( acqua, elettricità e fognature ), insieme agli altri servizi che fanno parte invece, come già citati, delle città e megalopoli. Quindi, le famiglie delle baraccopoli vivono grazie ai materiali di scarto che lascia nelle periferie le diverse città, e dove, quindi, essi ne ricavano un po’ di materiale per costruire rifugi che aumentano disordinatamente in tutte le periferie delle città, facendole diventare delle vere e proprie altre megalopoli in altissima povertà: le cosiddette baraccopoli che aumentano sempre più per il continuo flusso di immigranti che invade le città e crea problemi enormi a chi le amministra, dove risulta impossibile frenarlo. Le autorità hanno infatti difficoltà a controllare e registrare le cifre delle persone che ci abitano in esse.
L’esatto termine usato nella lingua inglese è la parola slum che vuol dire “quartiere povero”. Perciò sebbene il termine slum sia applicato ad una grande varietà di tipologie di insediamento urbano, ciò che le accomuna è il fatto di essere delle aree caratterizzate di isolamento sociale ed economico, proprietà terriera irregolare e condizioni sanitarie e ambientali sotto il normale livello.
LA GIOIA ANTONIO 1^A

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Vorrei farvi conoscere quest’uomo, se già non lo conoscete. Si chiama Alex Zanotelli ed è un missionario comboniano. Ha vissuto per anni nella baraccopoli di Korogocho intorno alla metropoli di Nairobi, in Kenia, vicino ad una immensa discarica. In questo video potete vedere cos’è una baraccopoli e cosa vuol dire vivere vicino ad una discarica:

Adesso, pensate un po’, si è trasferito in un altra zona del mondo in cui vuole portare il suo aiuto e le sue battaglia (prima fra tutte, quella sull’acqua pubblica). Non si è trasferito in Congo, in Honduras o in Darfur ma… nel rione Sanità di Napoli, dove tanta gente lo va a trovare e collabora volontariamente con lui, chiamandolo semplicemente “Alex”.
Bisogna sentirlo parlare per capire chi è:

Vestito con la tipica sciarpa colorata dell’ordine religioso cattolico dei comboniani, gira per le strede, partecipa alla vita della comunità, accoglie ed è accolto. Il suo obiettivo non è convertire al cattolicesimo, ma risolvere problemi, compartecipare ai dolori, proporre strade di vita alternative. E il modo in cui si integra con le popolazioni testimonia l’efficacia del suo lavoro.
Zanotelli crede nelle infinite possibilità della vita: “Non è mai troppo tardi per essere quello che avremmo potuto essere. Ho la certezza che potrà esserci un mondo diverso da quello che abbiamo, un mondo che tocca a noi costruire”.
Ecco una canzone che appartentemente non c’entra nulla, ma fra le righe…

Sfumature (99 Posse)

Scusate l’intromissione, ma ci tenevo a dialogare un po’ con voi.
prof.ssa Antonella Vulcano

Teoria formata a partire dal particolarismo culturale secondo il quale ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. Da questa teoria sono derivate numerose tesi che raccomandano il rispetti delle diverse culture e dei valori in esse professate. Tali idee sostengono l’opportunità di un riesame degli atteggiamenti nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, richiedendo maggior cautela negli interventi e criticano la tendenza coloniale e post-coloniale ad imporre anche un sistema culturale mediante l’intervento umanitario, gli aiuti per lo sviluppo economico e/o la cooperazione internazionale. Il relativismo culturale infatti porta avanti la convinzione per cui ogni cultura ha una valenza incommensurabile rispetto alle altre, ed ha valore di per sé stessa e non per una sua valenza teorica o pratica. Secondo essa i vari gruppi etnici dispongono di diverse culture e tutte hanno valenza in quanto tali.

In questi giorni ci sono stati vari commenti sul “relativismo culturale” tra cui quello di Angela Merkel dicendo che: “il multiculturalismo è definitivamente fallito. Chi non la accetta, da noi non ha posto”. Altri invece come il britannico David Cameron commenta in modo simile alla Merkel  dicendo: “il multiculturalismo di stato ha fallito. Serve meno della tolleranza passiva degli ultimi anni e più liberismo attivo e muscoloso. Si è infatti di fronte a un inquietante indebolimento dell’identità nazionale britannica dovuto al fatto che un numero enorme di giovani musulmani non si riconosce affatto nei valori fondanti il Paese e quindi non se ne sente cittadino. Solo chi crede in queste cose può avere un senso di appartenenza. Perché una società passivamente tollerante rimane neutrale.

Cameron e la Merkel costatano oggi che le società dei loro rispettivi Paesi stanno per scoppiare.

La situazione in Italia non è ancora a quei livelli, ma dall’esperienza fallimentare estera è opportuno trarre ispirazione per tempo.

Giorgia Martinelli

Gli abitanti delle baraccopoli delle grandi città del Terzo Mondo ogni giorno
combattono anche per l’acqua.
Kibera (baraccopoli ai margini della capitale del Kenya) più di due milioni di persone vivono in un fazzoletto di terreno (1,5% della superficie cittadina) in baracche di lamiera, senza strade, senza servizi igienici  Non hanno acqua per cucinare, per lavarsi, per irrigare. Conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, la maggior parte di loro è malata di Idatidosi, malattia insidiosa, trasmessa all’uomo e agli animali da un parassita (echinococcosi) presente nelle feci dei cani
Si paga  l’affitto per vivere in una baracca e questo basterebbe per rendere la situazione esplosiva. Pagare per vivere in 5 o 6 in stanze di 9-10 metri quadrati! Chi ha un lavoro ha uno stipendio variante fra i 15/30 € e non basta. L’80% della popolazione ha accesso all’acqua comprandola a caro prezzo nei punti vendita. La zona infatti è semidesertica, piove solo per due mesi all’anno, e il terreno è troppo secco per assimilare la pioggia. Ci vorrebbero delle costruzioni realizzate apposta per raccoglierla, ma manca anche il cemento. L’unico punto già esistente è un laghetto artificiale ai piedi del quartiere, ma funziona anche da scarico fognario. E anche quando è pieno l’acqua che rimane conservata lì dentro deve essere conservata per dieci lunghissimi e caldissimi mesi.
Rio de Janeiro ( le favelas)

Brasile 170 milioni d’abitanti dei quali solo il 20% sono inseriti nell’economia. Su una superficie totale di oltre 8 milioni e 500 mila chilometri quadrati, due volte e mezzo l’Unione Europea, l’1% della popolazione detiene quasi il 90% delle terre. Nonostante sia una delle 10 potenze economiche più forti del mondo, 54 milioni di brasiliani vivono sotto la soglia della povertà. Ovvero: uno su tre sopravvive con meno di un dollaro il giorno e la maggior parte di loro vive nelle favelas, meglio definite come “aree urbane informali”. A volte queste aree non significano solo degrado Rio de Janeiro è circondata da colline, e lì è stata respinta e abbandonata la popolazione povera, i senzatetto privi d’ogni assistenza. Il Brasile è ancora tra i paesi con la peggior redistribuzione del reddito; l’emarginazione sociale è aumentata e lo stato continua ad essere assente. Nel vuoto delle istituzioni si è insediata in compenso la criminalità organizzata, che ha conquistato territori, imposto le proprie leggi, costruito il controllo sociale.

 

Bogotà Colombia (i barrios)

Bogotà non è una megalopoli confusa e senza identità, vi sono le case basse ed eleganti dei quartieri spagnoli e le imponenti strutture dei grattacieli, tutto attorno, un mondo brulicante di vita, baracche, case di legno e lamiera, strade e sentieri strappati all’argilla delle colline
La Colombia non è solo cocaina, eppure parte della sua realtà è fortemente condizionata dagli affari che ruotano intorno ai traffici illeciti”. Esistono forti contrasti sociali, tra chi è straordinariamente ricco, e chi per vivere deve cedere passivamente a compromessi continui o alimenta la catena dell’illegalità. Si spiega così la folta presenza dei senza tetto: la mattina presto non si contano i barboni addormentati per terra e in mezzo alla strada. Alcol (in un mese, a Bogotà, 4 milioni d’abitanti in totale, si sono vendute 83 milioni di bottiglie di birra), droga o sola stanchezza di vivere?
L’istruzione media è volutamente tenuta bassa. A fronte di un tasso d’alfabetizzazione elementare discreto, cosa sorprendente dato lo standard di vita medio, la possibilità di continuare gli studi a livelli superiori è appannaggio di pochi. L’università pubblica esiste, (vi si entra con un esame d’ammissione), quella privata è ovviamente a pagamento, e la retta semestrale oscilla intorno tra 1800000 pesos per la facoltà di Medicina e un milione di pesos per Architettura.
Lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos (circa 200€), insufficienti a pagare non tanto gli studi ai figli (la natalità media è di 3 figli per famiglia), ma anche l’affitto di una casa: 60-70 mq d’alloggio può costare il  mese fino a 600.000 pesos.
Questa è la ragione del proliferare incontrollato dei barrios, agglomerati senza ordine e senza legge, dove la promiscuità dei rapporti umani e sociali regna incontrastata. Città nella città, dipendono amministrativamente ed economicamente dal centro urbano: sono la Cristalina, il Soacha, l’Altos de Caduca, città improvvisate e precarie, ma certamente non provvisorie.
I Barrios sono il risultato di un flusso migratorio incontrollato che dalle aree rurali in forte recessione economica spinge verso i centri urbani. Negli ultimi decenni a migliaia hanno abbandonato la zona andina e del litorale per spostarsi in direzione del Venezuela e dell’Ecuador, del Panama e dei Caraibi, e ancora verso Stati Uniti ed Europa, portando droga”. Non si tratta solo di cocaina; 12000 ettari di montagna sono coltivati a papavero per l’eroina.
Nei barrios non ci sono ospedali, s’ignorano quasi del tutto le nozioni base d’educazione sanitaria, si nasce, vive e muore nelle baracche.

Dharavi : lo slum
La baraccopoli più grande dell’Asia, “lo slum” di Dharavi. Fatto di casupole di legno e lamiera, lo slum di Dharavi, dove vivono oltre 700mila persone, è edificato direttamente sulla spazzatura della città, e costituisce un’immensa fabbrica di riciclaggio dei rifiuti, opera a cui sono dediti gli abitanti della baraccopoli.
Qui, in un’area di nove chilometri quadrati, la maggior baraccopoli asiatica, si ammassano oltre 700 mila degli abitanti della metropoli. Le statistiche dichiarano che gli abitanti di quest’area della città si stipano in 75 mila abitazioni [si fa per dire], con una media – quindi – di dieci abitanti per alloggio. Dharavi è: spazi ristretti, prevalente oscurità, fossati d’acque nere come la pece dove i pescatori di residui solidi riciclabili navigano alla ricerca di qualcosa da riutilizzare. Situata nel distretto di Mahim Cheek, un tempo Dharavi, è molto rappresentativa della storia urbana di Mumbai. Come gran parte della città, pianificata solo nei suoi primi quadrilateri coloniali, nel 1862, è un territorio strappato all’acqua, cresciuto per riempimenti di terra e addizioni successive. Attorno alla baraccopoli spuntano come funghi caseggiati d’edilizia residenziale per la classe media. I due mondi convivono, incuranti l’uno dell’altro.
Il punto è che Dharavi non è la parte più povera di Mumbai, ma un suo cuore pulsante, che sopravvive con ciò che il resto della società getta.

A Dharavi dove si vive in condizioni pessime .
Nello slum più grande di Bombay tra i “dannati” che recuperano materiali dai rifiuti.
Come vicolo, cinquanta centimetri di fango. Come casa, una palafitta di legno e lamiera. Nello slum di Dharavi, dio ha smesso di esistere da un pezzo. E chi non credeva in dio, appena mette piede dentro questa specie di termitaio edificato direttamente – su e con – la spazzatura della città, perde ogni fede negli esseri umani. Il che, forse, è anche peggio. La gente (settecentomila e passa esseri umani) si affaccia per guardarti passare. I bambini hanno le pance gonfie e le facce attonite. Tutti gli altri (donne, vecchi e ragazzi) smettono di lavorare e rispondono educatamente al tuo saluto. Perché, dentro a questo inferno puzzolente, la gente lavora, ogni giorno, dall’alba al tramonto. Pescano la spazzatura immersi fino al petto nell’acqua nera del canale di scolo. Cuociono e macerano e rimestano e seccano finché non hanno ottenuto materiale da riciclare dagli avanzi della città.
Nelle squallide costruzioni dove gli unici effetti personali sono degli stracci, vengono allineate, in ordine perfetto, pile e pile di cartone, latta, plastica. E’ la prima fase del riciclaggio industriale. Solo che qui viene fatto a mano, direttamente nella discarica.
Più avanti, vicino a una sorta di radura che potrebbe essere considerata una piazza, con tanto di sedia da barbiere, è stata costruita una piccola officina dove il Pvc (un tipo di plastica proibito da noi perché altamente cancerogeno) viene lavorato in modo rudimentale. Inutile dire che i fumi, nauseanti e notoriamente tossici, vengono respirati dai lavoranti e dai bambini che vivono a ridosso dell’officina.
Per descrivere che cosa ha questa gente basta mettere in fila una serie di negazioni: niente luce, niente acqua, ovviamente niente servizi igienici. La scuola è su Marte, l’assistenza sanitaria sulla luna. Il governo manda un medico una volta l’anno a farsi un giro per Dharavi, così può prescrivere medicine che nessuno potrà mai comprare.
Dimenticatevi tutte le belle fandonie sul fatalismo o sulla capacità di sopportazione degli hindu. Dharavi, dove le religioni si mescolano in un comune sconforto, è un luogo inumano che rende inumani, e la sua esistenza è semplicemente inaccettabile. E se, a fatica, si riesce in qualche modo a superare la rabbia suscitata dal contatto con una realtà del genere, per riuscire a fare qualcosa non si può che partire dalle uniche due risorse disponibili: la coesione della comunità e la spazzatura.
Il riciclaggio della spazzatura di Bombay, che confluisce qui attraverso i canali, dà da vivere a centinaia di piccole botteghe nate a ridosso della baraccopoli. Dove una volta c’erano i conciatori di pelle ora si recupera plastica, alluminio, cartone e milioni di contenitori che vengono ripescati. Il materiale riciclato viene rivenduto agli stabilimenti industriali (come il Pvc) oppure al dettaglio.
In questo contesto parlare di commercio equo, di fair trade, per dirla all’inglese, può sembrare surreale, eppure è esattamente da qui che si deve partire secondo Joachim Arputham Magsaysay, presidente della Federation of slum dwellers dell’India, ovvero i raccoglitori delle baraccopoli: “Abbiamo voluto fortemente che la nuova rete del commercio equo e solidale di tutto il mondo venisse lanciata da qui, dove la gente vive dei rifiuti della città, perché solo sperimentando e imponendo, a partire da un’esperienza concreta di economia alternativa, regole nuove, giustizia e rispetto della dignità di tutti noi, possiamo avere la speranza di cambiare tutto questo”.
Joachim parla del marchio Fto lanciato dalla Federazione internazionale del commercio alternativo Ifat, che la gente di Dharavi è venuta a festeggiare, polizia permettendo. L’idea, sostenuta da più di 200 organizzazioni (fra cui l’italiana Roba dell’Altro Mondo) è quella di mettere l’importazione di oggetti di artigianato e dei prodotti agricoli al riparo dalle speculazioni e dalle fluttuazioni del mercato. Coinvolgere l’infernale produzione dello slum di Bombay assume quindi un doppio significato: dare dignità al lavoro di queste persone e trasmettere loro un sistema di regole condiviso, da rispettare e da far rispettare. Per la gente dello slum significa imparare subito a difendersi dagli intermediari e dagli sfruttatori per riuscire, domani, a trasformare la raccolta dei rifiuti in un lavoro più umano. Un’opportunità che Dharavi festeggia con un vero banchetto con tanto di banda (indivisa) e di elefante bardato a festa.

Città del Messico, 22 milioni di abitanti, 4 milioni relegati in barrios di disperati.
A Città del Messico la bidonville, la più grande al mondo si estende per circa venti chilometri. Le case sono di cartone, le più opulente di bandone, senza luce, senza acqua potabile ne’ servizi igienici ed in precarie condizioni sanitarie. Questi luoghi di degrado, sorti sulle colline ai margini della città, sono popolati da mendicanti, lavavetri  prostitute e ragazzi (niños de rua) che vivono alla giornata, cercando in qualche modo di sfamarsi, e che sono ritenuti un pericolo.
Hanno bisogno, per sopravvivere, d’aiuti internazionali. La situazione è peggiorata da, quando, all’inizio del 2004, la croce rossa internazionale ha deciso di sospendere gli aiuti alimentari per far fronte all’emergenza irachena.

TERESA COSTANZA

Il premier britannico: «La tolleranza passiva incoraggia la separazione. Lo stato liberale impone i suoi principi»

LONDRA – Il multiculturalismo? E’ fallito. La sentenza è del premier britannico, David Cameron. Ed è destinata a sollevare più d’una polemica e più d’una riflessione sui modelli di integrazione con i quali tutta Europa, e non soltanto la Gran Bretagna, ha affrontato il problema dell’immigrazione e dell’integrazione. Con riferimenti specifico all’Islam e in una situazione nella quale ciò che sta avvenendo in Medio Oriente pone nuovi e ulteriori rischi.

VALORI COMUNI PER TUTTI-Secondo Cameron il ««multiculturalismo di stato» ha fallito e ha lasciato i giovani musulmani vulnerabili al radicalismo, ha affermato il primo ministro britannico nell’intervento alla conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera. «È tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese. Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi dovremo affrontarla, in tutte le sue forme». E ancora: «Sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati».

Per Cameron è il momento di lasciare da parte la «tolleranza passiva» del Regno Unito con un «liberalismo attivo, muscolare», per trasmettere il messaggio che la vita in Gran Bretagna ruota intorno a certi valori chiave come la libertà di parola, l’uguaglianza dei diritti e il primato della legge. «Una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente» (fonte Ansa)

TERESA COSTANZA

Per Angela Merkel l‘Islam fa parte della Germania, ma gli stranieri devono fare di più per integrarsi.

Le sue dichiarazioni arrivano in un momento molto vivo per il dibattito sull’immigrazione in Germania.

Durante il congresso di Postdam dei giovani del suo partito,l’Unione Cristiano Democratica, Angela Merkel ha dichiarato che il tentativo di costruire una società multiculturale in Germania ha fallito.

L’affermazione arriva in un periodo in cui il dibattito sull’immigrazione è molto vivo in Germania, soprattutto in seguito alla pubblicazione del libro“La Germania si distrugge da sola” di Thilo Sarrazin, in cui sostiene che la nazione si stia impoverendo a causa dell’immigrazione musulmana, considerate dalla stessa Merkel “inaccettabili”.

Il “fallimento” del multiculturalismo ha colpito anche David Cameron, che dichiara :”Il multiculturalismo di stato ha fallito”.
 Oggi Cameron cerca di vincere la battaglia attuando riforme e riducendo i flissi migratori nel paese.
Anche Nicolas Sarkozy dice “no” al tentativi di far convivere culture diverse. “Siamo troppo preoccupati dell’identità delle persone che arrivano e poco della nazione che li accoglie”,ha detto il presidente francese.”Questi figli di immigrati, per lo più nati in Francia, con la nazionalità francese,non sempre sono riusciti ad integrarsi ed ultimamente, molti tra essi,hanno subito il richiamo di tentazioni ereditarie, con il diffondersi dell’estremismo della comunità islamica.”Anche la Francia, negli ultimi cinquant’anni, ha conosciuto una grande ondata migratoria.  Il premier ha anche inventato la “laicità positiva” che comprende un equilibrio di rispetto, di tolleranza e di dialogo tra il piano spirituale e politico. La “laicità positiva” vieta l’imposizione dii simboli religiosi nelle scuole e nei luoghi pubblici. Ha inoltre finanziato la costruzione di moschee ed ha dichiarato guerra al burqua, considerato come un segno di “sottomissione e umiliazione della donna” e pertanto non gradito sul suolo francese.

 PERILLO ROSSELLA

La questione del multiculturalismo oggi è molto discussa in Europa.

Il cancelliere tedesco ha dichiarato che «All’inizio degli anni Sessanta abbiamo invitato i lavoratori stranieri a venire in Germania, e adesso vivono nel nostro paese. Ci siamo in parte presi in giro quando abbiamo detto ‘Non rimarranno, prima o poi se ne andranno’, ma non è questa la realtà. L’approccio multiculturale e l’idea di vivere fianco a fianco in serenità ha fallito, fallito completamente.»                                                                              Secondo Angela Merkel gli stranieri devono fare più per integrarsi, sottolineando che l’Islam fa parte della Germania. Le dichiarazioni del cancelliere tedesco arrivano subito dopo la pubblicazione del libro “La Germania si distrugge da sola”, di Thilo Sarrazin, in cui sostiene che la Geramania si stia impoverendo a causa della forte immigrazione musulmana. Angela Merkel ha definito le affermazioni di Sarrazin <<inaccettabili>>.

Il premier Nicholas Sarkozy afferma: <<Il fallimento del multiculturalismo ha colpito ancora>>. Ha detto “no” ai tentativi di far convivere culture diverse. <<Siamo troppo preocupati dell’identità delle persone che arrivano e poco dalla nazione che gli accoglie>>, ha detto il premier francese in una sua intervista. Il premier ha promesso 500 milioni a favore della costruzione di moschee e aiuti per i rifugiati, ma ha respinto con decisione ogni “proselitismo religioso aggressivo”.

<<Il multiculturalismo? E’ fallito. La sentenza è del premier britannico David Cameron. «È tempo di voltare pagina sulle politiche fallite del Paese. Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi dovremo affrontarla, in tutte le sue forme». E ancora: «Sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati». Queste le parole di Cameron.

Proselitismo: zelo nel procurare proseliti, cioè chi è passato di recente a diversa religione, dottrina, partito.

SIMONA NAPOLETANO


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