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Archive for marzo 2011

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Per definizione, le “megalopoli” sono aree urbane con più di 5 milioni di abitanti. Gli scienziati stimano che nel 2015 il mondo avrà 60 megalopoli dove vivranno più di 600 milioni di persone in totale. È in queste città che ha luogo gran parte del processo mondiale di urbanizzazione. Le megalopoli non sono soltanto grandi città; la loro scala di grandezza crea nuove dinamiche, nuove complessità e diversa simultaneità di eventi e di processi fisici, sociali ed economici. Le megalopoli che vivono un boom economico molto spesso generano grandi opportunità, ma hanno in sé altrettante pressioni per il cambiamento, unitamente al degrado ambientale. Nel mondo in via di sviluppo le megalopoli crescono più velocemente delle loro infrastrutture.

Le megalopoli ospitano un’umanità varia, fatta di persone diverse che coesistono le une accanto alle altre. Ci sono gruppi di normali cittadini che custodiscono e tramandano le proprie radici etniche, sociali, comunitarie, culturali e di tradizioni. È importante riconoscere e tenere nella dovuta considerazione le differenze esistenti in termini di sviluppo economico, polarizzazione sociale, qualità delle infrastrutture e della governance. Megalopoli significa però anche un rischio per il pianeta. Queste città gigantesche sono sempre più vulnerabili, perché in esse spesso si annidano sacche di grande povertà, crescono le disuguaglianze sociali e aumenta il degrado ambientale, elementi tutti interconnessi da un sistema complesso di beni e servizi. Persone appartenenti a diversi gruppi socio-economici e con diversi credi politici, possono finire in uno stato di segregazione geografica, creando disparità e conflitti.

È quello che accade per le baraccopoli; La densità della popolazione, infatti, aumentano il rischio della creazione di questi “quartieri” formati da piccole case di fortuna di qualunque materiale dalle roulette più umili alle case di legno mal costruite …

Insediamenti di questo tipo si trovano in numerose aree del mondo. Le baraccopoli sono in genere formalmente illegali e non riconosciute come insediamenti autorizzati; di conseguenza esse mancano spesso di infrastrutture primarie (approvvigionamento di acqua potabile, eliminazione dei rifiuti, distribuzione dell’elettricità e servizi igienici), sono spesso edificate su terreni instabili e vi sono, in genere, pochi dati ufficiali in merito alle dimensioni della loro popolazione e alle sue condizioni di vita reali. La vita in questi slum, “quartieri poveri”, è molto difficile sopportando alcune delle più intollerabili condizioni di vita, che frequentemente includono la condivisione di bagni con centinaia di persone, la convivenza in quartieri sovraffollati ed insicuri e la costante minaccia degli sfratti. Gli abitanti di uno slum sono più soggetti a contrarre malattie dovute all’inquinamento dell’acqua, come il colera e la febbre tifoide o quelle opportunistiche che accompagnano l’AIDS. Molte volte gli abitanti di questi “quartieri” vengono etichettati come criminali ma spesso sono proprio loro le vittime che gli esecutori di questi crimini. Sebbene queste baraccopoli non sono molto desiderate in nessuna città del mondo posso portare, involontariamente, benefici alla città stessa. Per esempio essi sono spesso il primo punto di sosta delle popolazioni che dalla campagna emigrano verso la città; essi forniscono degli alloggi a basso costo tali da poter permettere ai nuovi emigranti di risparmiare sufficiente denaro per la loro eventuale incorporazione nella società urbana.

Per concludere le baraccopoli possono sembrare quartieri brutti e invivibili; ma non dobbiamo fermarci solo alla apparenze possiamo anche capire la mentalità di quelle persone, perché hanno dovuto emigrare dal loro paese ed aiutarle a integrarsi nella società urbana odierna.

Luca Favia

Il 21º secolo sarà segnato da una progressiva urbanizzazione, con la nascita di molte
megalopoli con più di 10 milioni di abitanti. L’aumento della popolazione e la endemica
diseguaglianza sociale portano alla formazione di sempre più estese baraccopoli. Il rischio di disastri umani e ecologici è crescente ma ci sono anche segnali per uno sviluppo alternativo. il futuro del pianeta dipenderà da come si svilupperanno le megalopoli è ormai una certezza. Già ora metà della popolazione mondiale abita in città più o meno grandi e fra vent’anni la percentuale salirà al 60%: la qualità globale della vita si giocherà dunque tra lunghi viali soffocati dal traffico oppure tra le gallerie di moderne metropolitane. Quasi tutte le metropoli sorgono in riva al mare o alla foce di un fiume: questa posizione,
ideale per lo sviluppo economico, rischia però di diventare causa di grave allarme se le
previsioni sull’innalzamento degli oceani si tramuteranno in realtà. Un caso estremo è
rappresentato dalla capitale del Bangladesh Dacca che assomma in sé tutte le caratteristiche negative che potrebbero portare a un disastro ambientale e umano: 13 milioni di abitanti, con un tasso di crescita del 4% annuo. Ma il problema più significativo per le megalopoli dei paesi poveri o in via di sviluppo restano le baraccopoli simbolo del degrado urbano, della criminalità e delle sperequazioni economiche. Queste “città nelle città” si sviluppano a causa dell’incapacità di fornire i servizi fondamentali per una popolazione in costante aumento: la carenza o la mancanza di acqua, fognature,
abitazioni, energia determinano l’emergenza. Chiunque abbia visitato uno slum ha
l’impressione di trovarsi in un mondo a parte, quasi autosufficiente. È il caso della baraccopoli di Dharavi a Mumbai, la più grande dell’Asia con circa 700 mila persone stipate in 1,75 kmq, che può essere considerata come un organizzato distretto industriale per lo smaltimento dei rifiuti, senza alcuna sicurezza ambientale e senza nessuna tutela sociale. Migliaia di persone lavorano in circa 400 “unità” di riciclaggio dei rifiuti contribuendo non poco alla tumultuosa crescita economica della città, ma al costo però di vite umane e di un generale inquinamento.

Stefania Giorgio

Incominciando con le due definizioni: le megalopoli sono grandi metropoli. Le baraccopoli ( o bidonville), (dal francese bidon, bidone, e ville, città), sono dei grandi assemblamenti di baracche o casupole costruite con materiali di scarto, proprio dalla periferia di una città ricca.
Le megalopoli hanno sostanzialmente, una qualità urbana più evoluta delle altre città, in generale e questa economia potente che vive nelle megalopoli deriva dalla grandissima concentrazione di attività e funzioni sempre più specializzate: trasporti, servizi, attività produttive e terziari dove sono, quindi tutte collegate fra di loro in un’ unica struttura urbana.
La più grande megalopoli del mondo è quella che va da Boston a Washington, negli Stati Uniti … ad esse si aggiungono megalopoli come Los Angeles e San Francisco nelle coste del Pacifico; Londra, Rotterdam, Francoforte, Parigi e Milano in Europa, si uniscono in una grande megalopoli di quel continente.
Più di recente una megalopoli fu riconosciuta nel conglomerato urbano popolato da diverse decine di milioni di abitanti che si espande su un vastissimo territorio, da Londra, in Inghilterra al nord-Italia, passando per il Benelux, il conglomerato svizzero Ginevra-Berna-Zurigo, ed il bacino tedesco della Ruhr. Questa entità geografica è stata chiamata “dorsale europea”, a causa della posizione centrale nel continente, o, da Roger Brunet all’inizio degli anni novanta, “Banana blu” per via della forma con cui appare nelle immagini satellitari. Molti studiosi allargano concettualmente i confini dell’area metropolitana interessata fino alle Midlands Occidentali inglesi, alla Francia settentrionale e Francoforte.
Come già detto, al ridosso del centro moderno però, ci si trovano immensi quartieri di baracche in miseria dove vivono migliaia di persone.
Essi non risultano registrati come cittadini finché non hanno un lavoro e che quindi, riescono a sistemarsi in alcuni “spazi liberi” che non hanno però, né vie di comunicazione, né servizi minimi soprattutto adatti per la vita ( acqua, elettricità e fognature ), insieme agli altri servizi che fanno parte invece, come già citati, delle città e megalopoli. Quindi, le famiglie delle baraccopoli vivono grazie ai materiali di scarto che lascia nelle periferie le diverse città, e dove, quindi, essi ne ricavano un po’ di materiale per costruire rifugi che aumentano disordinatamente in tutte le periferie delle città, facendole diventare delle vere e proprie altre megalopoli in altissima povertà: le cosiddette baraccopoli che aumentano sempre più per il continuo flusso di immigranti che invade le città e crea problemi enormi a chi le amministra, dove risulta impossibile frenarlo. Le autorità hanno infatti difficoltà a controllare e registrare le cifre delle persone che ci abitano in esse.
L’esatto termine usato nella lingua inglese è la parola slum che vuol dire “quartiere povero”. Perciò sebbene il termine slum sia applicato ad una grande varietà di tipologie di insediamento urbano, ciò che le accomuna è il fatto di essere delle aree caratterizzate di isolamento sociale ed economico, proprietà terriera irregolare e condizioni sanitarie e ambientali sotto il normale livello.
LA GIOIA ANTONIO 1^A

Vorrei farvi conoscere quest’uomo, se già non lo conoscete. Si chiama Alex Zanotelli ed è un missionario comboniano. Ha vissuto per anni nella baraccopoli di Korogocho intorno alla metropoli di Nairobi, in Kenia, vicino ad una immensa discarica. In questo video potete vedere cos’è una baraccopoli e cosa vuol dire vivere vicino ad una discarica:

Adesso, pensate un po’, si è trasferito in un altra zona del mondo in cui vuole portare il suo aiuto e le sue battaglia (prima fra tutte, quella sull’acqua pubblica). Non si è trasferito in Congo, in Honduras o in Darfur ma… nel rione Sanità di Napoli, dove tanta gente lo va a trovare e collabora volontariamente con lui, chiamandolo semplicemente “Alex”.
Bisogna sentirlo parlare per capire chi è:

Vestito con la tipica sciarpa colorata dell’ordine religioso cattolico dei comboniani, gira per le strede, partecipa alla vita della comunità, accoglie ed è accolto. Il suo obiettivo non è convertire al cattolicesimo, ma risolvere problemi, compartecipare ai dolori, proporre strade di vita alternative. E il modo in cui si integra con le popolazioni testimonia l’efficacia del suo lavoro.
Zanotelli crede nelle infinite possibilità della vita: “Non è mai troppo tardi per essere quello che avremmo potuto essere. Ho la certezza che potrà esserci un mondo diverso da quello che abbiamo, un mondo che tocca a noi costruire”.
Ecco una canzone che appartentemente non c’entra nulla, ma fra le righe…

Sfumature (99 Posse)

Scusate l’intromissione, ma ci tenevo a dialogare un po’ con voi.
prof.ssa Antonella Vulcano

Teoria formata a partire dal particolarismo culturale secondo il quale ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico. Da questa teoria sono derivate numerose tesi che raccomandano il rispetti delle diverse culture e dei valori in esse professate. Tali idee sostengono l’opportunità di un riesame degli atteggiamenti nei confronti dei paesi del Terzo Mondo, richiedendo maggior cautela negli interventi e criticano la tendenza coloniale e post-coloniale ad imporre anche un sistema culturale mediante l’intervento umanitario, gli aiuti per lo sviluppo economico e/o la cooperazione internazionale. Il relativismo culturale infatti porta avanti la convinzione per cui ogni cultura ha una valenza incommensurabile rispetto alle altre, ed ha valore di per sé stessa e non per una sua valenza teorica o pratica. Secondo essa i vari gruppi etnici dispongono di diverse culture e tutte hanno valenza in quanto tali.

In questi giorni ci sono stati vari commenti sul “relativismo culturale” tra cui quello di Angela Merkel dicendo che: “il multiculturalismo è definitivamente fallito. Chi non la accetta, da noi non ha posto”. Altri invece come il britannico David Cameron commenta in modo simile alla Merkel  dicendo: “il multiculturalismo di stato ha fallito. Serve meno della tolleranza passiva degli ultimi anni e più liberismo attivo e muscoloso. Si è infatti di fronte a un inquietante indebolimento dell’identità nazionale britannica dovuto al fatto che un numero enorme di giovani musulmani non si riconosce affatto nei valori fondanti il Paese e quindi non se ne sente cittadino. Solo chi crede in queste cose può avere un senso di appartenenza. Perché una società passivamente tollerante rimane neutrale.

Cameron e la Merkel costatano oggi che le società dei loro rispettivi Paesi stanno per scoppiare.

La situazione in Italia non è ancora a quei livelli, ma dall’esperienza fallimentare estera è opportuno trarre ispirazione per tempo.

Giorgia Martinelli

Gli abitanti delle baraccopoli delle grandi città del Terzo Mondo ogni giorno
combattono anche per l’acqua.
Kibera (baraccopoli ai margini della capitale del Kenya) più di due milioni di persone vivono in un fazzoletto di terreno (1,5% della superficie cittadina) in baracche di lamiera, senza strade, senza servizi igienici  Non hanno acqua per cucinare, per lavarsi, per irrigare. Conseguenza diretta della mancanza d’acqua e quindi d’igiene, la maggior parte di loro è malata di Idatidosi, malattia insidiosa, trasmessa all’uomo e agli animali da un parassita (echinococcosi) presente nelle feci dei cani
Si paga  l’affitto per vivere in una baracca e questo basterebbe per rendere la situazione esplosiva. Pagare per vivere in 5 o 6 in stanze di 9-10 metri quadrati! Chi ha un lavoro ha uno stipendio variante fra i 15/30 € e non basta. L’80% della popolazione ha accesso all’acqua comprandola a caro prezzo nei punti vendita. La zona infatti è semidesertica, piove solo per due mesi all’anno, e il terreno è troppo secco per assimilare la pioggia. Ci vorrebbero delle costruzioni realizzate apposta per raccoglierla, ma manca anche il cemento. L’unico punto già esistente è un laghetto artificiale ai piedi del quartiere, ma funziona anche da scarico fognario. E anche quando è pieno l’acqua che rimane conservata lì dentro deve essere conservata per dieci lunghissimi e caldissimi mesi.
Rio de Janeiro ( le favelas)

Brasile 170 milioni d’abitanti dei quali solo il 20% sono inseriti nell’economia. Su una superficie totale di oltre 8 milioni e 500 mila chilometri quadrati, due volte e mezzo l’Unione Europea, l’1% della popolazione detiene quasi il 90% delle terre. Nonostante sia una delle 10 potenze economiche più forti del mondo, 54 milioni di brasiliani vivono sotto la soglia della povertà. Ovvero: uno su tre sopravvive con meno di un dollaro il giorno e la maggior parte di loro vive nelle favelas, meglio definite come “aree urbane informali”. A volte queste aree non significano solo degrado Rio de Janeiro è circondata da colline, e lì è stata respinta e abbandonata la popolazione povera, i senzatetto privi d’ogni assistenza. Il Brasile è ancora tra i paesi con la peggior redistribuzione del reddito; l’emarginazione sociale è aumentata e lo stato continua ad essere assente. Nel vuoto delle istituzioni si è insediata in compenso la criminalità organizzata, che ha conquistato territori, imposto le proprie leggi, costruito il controllo sociale.

 

Bogotà Colombia (i barrios)

Bogotà non è una megalopoli confusa e senza identità, vi sono le case basse ed eleganti dei quartieri spagnoli e le imponenti strutture dei grattacieli, tutto attorno, un mondo brulicante di vita, baracche, case di legno e lamiera, strade e sentieri strappati all’argilla delle colline
La Colombia non è solo cocaina, eppure parte della sua realtà è fortemente condizionata dagli affari che ruotano intorno ai traffici illeciti”. Esistono forti contrasti sociali, tra chi è straordinariamente ricco, e chi per vivere deve cedere passivamente a compromessi continui o alimenta la catena dell’illegalità. Si spiega così la folta presenza dei senza tetto: la mattina presto non si contano i barboni addormentati per terra e in mezzo alla strada. Alcol (in un mese, a Bogotà, 4 milioni d’abitanti in totale, si sono vendute 83 milioni di bottiglie di birra), droga o sola stanchezza di vivere?
L’istruzione media è volutamente tenuta bassa. A fronte di un tasso d’alfabetizzazione elementare discreto, cosa sorprendente dato lo standard di vita medio, la possibilità di continuare gli studi a livelli superiori è appannaggio di pochi. L’università pubblica esiste, (vi si entra con un esame d’ammissione), quella privata è ovviamente a pagamento, e la retta semestrale oscilla intorno tra 1800000 pesos per la facoltà di Medicina e un milione di pesos per Architettura.
Lo stipendio medio di un operaio si aggira intorno ai 125.000 pesos (circa 200€), insufficienti a pagare non tanto gli studi ai figli (la natalità media è di 3 figli per famiglia), ma anche l’affitto di una casa: 60-70 mq d’alloggio può costare il  mese fino a 600.000 pesos.
Questa è la ragione del proliferare incontrollato dei barrios, agglomerati senza ordine e senza legge, dove la promiscuità dei rapporti umani e sociali regna incontrastata. Città nella città, dipendono amministrativamente ed economicamente dal centro urbano: sono la Cristalina, il Soacha, l’Altos de Caduca, città improvvisate e precarie, ma certamente non provvisorie.
I Barrios sono il risultato di un flusso migratorio incontrollato che dalle aree rurali in forte recessione economica spinge verso i centri urbani. Negli ultimi decenni a migliaia hanno abbandonato la zona andina e del litorale per spostarsi in direzione del Venezuela e dell’Ecuador, del Panama e dei Caraibi, e ancora verso Stati Uniti ed Europa, portando droga”. Non si tratta solo di cocaina; 12000 ettari di montagna sono coltivati a papavero per l’eroina.
Nei barrios non ci sono ospedali, s’ignorano quasi del tutto le nozioni base d’educazione sanitaria, si nasce, vive e muore nelle baracche.

Dharavi : lo slum
La baraccopoli più grande dell’Asia, “lo slum” di Dharavi. Fatto di casupole di legno e lamiera, lo slum di Dharavi, dove vivono oltre 700mila persone, è edificato direttamente sulla spazzatura della città, e costituisce un’immensa fabbrica di riciclaggio dei rifiuti, opera a cui sono dediti gli abitanti della baraccopoli.
Qui, in un’area di nove chilometri quadrati, la maggior baraccopoli asiatica, si ammassano oltre 700 mila degli abitanti della metropoli. Le statistiche dichiarano che gli abitanti di quest’area della città si stipano in 75 mila abitazioni [si fa per dire], con una media – quindi – di dieci abitanti per alloggio. Dharavi è: spazi ristretti, prevalente oscurità, fossati d’acque nere come la pece dove i pescatori di residui solidi riciclabili navigano alla ricerca di qualcosa da riutilizzare. Situata nel distretto di Mahim Cheek, un tempo Dharavi, è molto rappresentativa della storia urbana di Mumbai. Come gran parte della città, pianificata solo nei suoi primi quadrilateri coloniali, nel 1862, è un territorio strappato all’acqua, cresciuto per riempimenti di terra e addizioni successive. Attorno alla baraccopoli spuntano come funghi caseggiati d’edilizia residenziale per la classe media. I due mondi convivono, incuranti l’uno dell’altro.
Il punto è che Dharavi non è la parte più povera di Mumbai, ma un suo cuore pulsante, che sopravvive con ciò che il resto della società getta.

A Dharavi dove si vive in condizioni pessime .
Nello slum più grande di Bombay tra i “dannati” che recuperano materiali dai rifiuti.
Come vicolo, cinquanta centimetri di fango. Come casa, una palafitta di legno e lamiera. Nello slum di Dharavi, dio ha smesso di esistere da un pezzo. E chi non credeva in dio, appena mette piede dentro questa specie di termitaio edificato direttamente – su e con – la spazzatura della città, perde ogni fede negli esseri umani. Il che, forse, è anche peggio. La gente (settecentomila e passa esseri umani) si affaccia per guardarti passare. I bambini hanno le pance gonfie e le facce attonite. Tutti gli altri (donne, vecchi e ragazzi) smettono di lavorare e rispondono educatamente al tuo saluto. Perché, dentro a questo inferno puzzolente, la gente lavora, ogni giorno, dall’alba al tramonto. Pescano la spazzatura immersi fino al petto nell’acqua nera del canale di scolo. Cuociono e macerano e rimestano e seccano finché non hanno ottenuto materiale da riciclare dagli avanzi della città.
Nelle squallide costruzioni dove gli unici effetti personali sono degli stracci, vengono allineate, in ordine perfetto, pile e pile di cartone, latta, plastica. E’ la prima fase del riciclaggio industriale. Solo che qui viene fatto a mano, direttamente nella discarica.
Più avanti, vicino a una sorta di radura che potrebbe essere considerata una piazza, con tanto di sedia da barbiere, è stata costruita una piccola officina dove il Pvc (un tipo di plastica proibito da noi perché altamente cancerogeno) viene lavorato in modo rudimentale. Inutile dire che i fumi, nauseanti e notoriamente tossici, vengono respirati dai lavoranti e dai bambini che vivono a ridosso dell’officina.
Per descrivere che cosa ha questa gente basta mettere in fila una serie di negazioni: niente luce, niente acqua, ovviamente niente servizi igienici. La scuola è su Marte, l’assistenza sanitaria sulla luna. Il governo manda un medico una volta l’anno a farsi un giro per Dharavi, così può prescrivere medicine che nessuno potrà mai comprare.
Dimenticatevi tutte le belle fandonie sul fatalismo o sulla capacità di sopportazione degli hindu. Dharavi, dove le religioni si mescolano in un comune sconforto, è un luogo inumano che rende inumani, e la sua esistenza è semplicemente inaccettabile. E se, a fatica, si riesce in qualche modo a superare la rabbia suscitata dal contatto con una realtà del genere, per riuscire a fare qualcosa non si può che partire dalle uniche due risorse disponibili: la coesione della comunità e la spazzatura.
Il riciclaggio della spazzatura di Bombay, che confluisce qui attraverso i canali, dà da vivere a centinaia di piccole botteghe nate a ridosso della baraccopoli. Dove una volta c’erano i conciatori di pelle ora si recupera plastica, alluminio, cartone e milioni di contenitori che vengono ripescati. Il materiale riciclato viene rivenduto agli stabilimenti industriali (come il Pvc) oppure al dettaglio.
In questo contesto parlare di commercio equo, di fair trade, per dirla all’inglese, può sembrare surreale, eppure è esattamente da qui che si deve partire secondo Joachim Arputham Magsaysay, presidente della Federation of slum dwellers dell’India, ovvero i raccoglitori delle baraccopoli: “Abbiamo voluto fortemente che la nuova rete del commercio equo e solidale di tutto il mondo venisse lanciata da qui, dove la gente vive dei rifiuti della città, perché solo sperimentando e imponendo, a partire da un’esperienza concreta di economia alternativa, regole nuove, giustizia e rispetto della dignità di tutti noi, possiamo avere la speranza di cambiare tutto questo”.
Joachim parla del marchio Fto lanciato dalla Federazione internazionale del commercio alternativo Ifat, che la gente di Dharavi è venuta a festeggiare, polizia permettendo. L’idea, sostenuta da più di 200 organizzazioni (fra cui l’italiana Roba dell’Altro Mondo) è quella di mettere l’importazione di oggetti di artigianato e dei prodotti agricoli al riparo dalle speculazioni e dalle fluttuazioni del mercato. Coinvolgere l’infernale produzione dello slum di Bombay assume quindi un doppio significato: dare dignità al lavoro di queste persone e trasmettere loro un sistema di regole condiviso, da rispettare e da far rispettare. Per la gente dello slum significa imparare subito a difendersi dagli intermediari e dagli sfruttatori per riuscire, domani, a trasformare la raccolta dei rifiuti in un lavoro più umano. Un’opportunità che Dharavi festeggia con un vero banchetto con tanto di banda (indivisa) e di elefante bardato a festa.

Città del Messico, 22 milioni di abitanti, 4 milioni relegati in barrios di disperati.
A Città del Messico la bidonville, la più grande al mondo si estende per circa venti chilometri. Le case sono di cartone, le più opulente di bandone, senza luce, senza acqua potabile ne’ servizi igienici ed in precarie condizioni sanitarie. Questi luoghi di degrado, sorti sulle colline ai margini della città, sono popolati da mendicanti, lavavetri  prostitute e ragazzi (niños de rua) che vivono alla giornata, cercando in qualche modo di sfamarsi, e che sono ritenuti un pericolo.
Hanno bisogno, per sopravvivere, d’aiuti internazionali. La situazione è peggiorata da, quando, all’inizio del 2004, la croce rossa internazionale ha deciso di sospendere gli aiuti alimentari per far fronte all’emergenza irachena.

TERESA COSTANZA



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